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16 maggio 2001

Dario Castrillón Hoyos,
Prefetto della Congregazione per il Clero,
Palazzo delle Congregazioni
Piazza Pio XII, 3
Città del Vaticano
00193 ROMA
ITALIA

Sua Eminenza,

Le scrivo per rispondere alla sua lettera del 16 febbraio 2001, in cui mi si minaccia di "provvedimenti definitivi relativi alla questione che sarebbero dolorosi per tutti gli interessati", nel caso in cui io non accolga le diverse richieste di Sua Eminenza. In questa lettera non prenderò in esame queste richieste, dal momento che non riconosco la sua giurisdizione in questa materia per un serie di ragioni che indicherò più avanti.

La sua minaccia di adottare "provvedimenti definitivi" fa seguito a quella contenuta nella sua lettera del 5 giugno 2000, in cui si affermava che sarei stato "scomunicato" se non avessi abbandonato il procedimento civile perfettamente legittimo contro Monsignor McCormack, pendente da undici anni dinanzi al tribunale di Toronto. Lei mi ha chiesto di recedere da questa causa solo dopo che la richiesta di rigetto di Monsignor McCormack era stata respinta dal tribunale, secondo cui posso a giusto titolo sostenere che la mia reputazione nella società civile sia stata danneggiata, dal momento che Monsignor McCormack ha rilasciato (a giornali letti da milioni di persone) una dichiarazione diffamatoria in cui si asserisce falsamente che io sarei un impostore e un ladro.

Questa causa è perfettamente legittima secondo il Codice di Diritto Canonico del 1983. In effetti, rifiutando la mia richiesta di incontrarci per discutere una possibile definizione del caso, Sua Eminenza aveva affermato che "dal momento che la suddetta azione è di competenza del tribunale civile, la sua risoluzionenon può essere sottoposta alla giurisdizione di questa Congregazione … E’ essenziale che la distinzione tra tribunali civili ed ecclesiastici sia ben compresa e rispettata". Sua Eminenza quindi ha fatto ricorso alla sproporzionata minaccia di "scomunica" nell’illecito tentativo di influenzare un procedimento civile che per sua stessa ammissione non rientra nella sua giurisdizione.

Accanto a queste due minacce di ricorrere a sanzioni canoniche definitive, c’è la sua falsa e pubblica accusa secondo cui io avrei usato "documenti falsificati" della Segreteria di Stato "per dare a intendere" che il mio apostolato godesse del suo sostegno. Lei ha fatto in modo di far circolare questa calunnia tra i vescovi delle Filippine attraverso un comunicato datato 6 luglio 2000, in cui ha reso nota anche la sua minaccia di "scomunicarmi".

Sua Eminenza sa molto bene che questi "documenti falsificati" non sono mai esistiti e che la sua accusa è evidentemente falsa e decisamente ridicola. Tuttavia, nonostante le mie ripetute richieste, Sua Eminenza non ha mai ritrattato queste oltraggiose falsità.

Nella sua lettera del 16 febbraio, Sua Eminenza fa riferimento ai "molti tentativi, pazienti e benevoli", alla "carità pastorale" e alla "comprensione e prudenza" che hanno caratterizzato la condotta adottata da lei e da suoi predecessori nei miei confronti. Naturalmente, questa asserzione è assurda. Sua Eminenza e i suoi predecessori hanno impiegato misure coercitive, hanno inviato missive segrete ad alcuni vescovi benevolenti, hanno fatto ricorso all’intimidazione, alle minacce, all’estorsione e a evidenti menzogne nel tentativo di distruggere il mio apostolato e di impedire la mia legittima incardinazione da parte di un vescovo che apprezza la mia opera.

Lei ha tentato di screditare il mio buon nome e di rovinare la mia reputazione all’interno della Chiesa, giungendo persino ad accusarmi falsamente di aver tenuto un comportamento criminale. La disparità di trattamento rilevabile tra il suo modo di procedere nei miei confronti e la tolleranza dimostrata nei confronti di ecclesiastici accusati di molestie sessuali e di eresia, di cui è stato scrupolosamente rispettato il diritto a un giusto processo, è semplicemente vergognosa.

Nella sua lettera del 16 febbraio, lei sostiene di agire "nel nome del Santo Padre e in base alle sue esplicite disposizioni". Data la sua condotta in questo caso, che include la pubblicazione della falsa accusa secondo cui avrei falsificato alcuni documenti del Vaticano, non ritengo credibile la sua asserzione. Le chiedo quindi di fornire le prove documentarie dell’esistenza di uno specifico mandato del Supremo Pontefice che giustifichi le azioni da lei attualmente intraprese contro di me.

Senza uno specifico mandato papale, lei non ha alcun potere di giurisdizione sul mio caso. La funzione giurisdizionale della Congregazione per il Clero si è esaurita nel momento in cui i miei ricorsi canonici contro l’ordine di far ritorno ad Avellino sono stati presentati dinanzi alla Segnatura Apostolica. Inoltre, la Segnatura si deve ancora pronunciare in merito al decreto emanato il 10 marzo 1999 dall’Arcivescovo di Hyderabad in cui si conferma la validità della mia incardinazione a questa arcidiocesi. Anche il vescovo di Avellino non ha preso in esame questo decreto. La Segnatura non ha neppure rilevato l’evidente illiceità dell’ordine di "ritornare" nella diocesi di Avellino per trascorrervi il resto della mia vita che mi induceva a rientrare in Italia per risiedervi stabilmente violando la legge italiana sull’emigrazione che la Chiesa è tenuta a rispettare (cfr. Canone 22). Negli ultimi ventitré anni, infatti, il vescovo di Avellino ha omesso e rifiutato di far fronte agli obblighi di legge relativi alla mia permanenza in questo paese, inclusi quelli concernenti le dichiarazioni scritte di garanzia con cui avrebbe dovuto assicurare che disponevo di un salario sufficiente per vivere, della previdenza medica e della pensione di anzianità. Dal 1978, il vescovo di Avellino non ha mai elargito un solo penny per sostenermi, perché evidentemente non aveva alcun bisogno della mia presenza e per quanto lo riguardava non desiderava affatto di vedermi "tornare" ad Avellino dopo un quarto di secolo di assenza.

Dal momento che questa questione non rientra più da molto tempo nella giurisdizione della Congregazione, lei non ha nessun diritto di intraprendere nuovi procedimenti, di avanzare nuove accuse o di minacciare di adottare provvedimenti contro di me senza basarsi su un giudizio del competente ordinario locale o su un esplicito e specifico mandato papale. Di conseguenza, non intendo prendere in esame le asserzioni contenute nella sua lettera del 16 febbraio che, del resto, sono state già confutate nei dettagli nelle diverse relazioni da me presentate nel corso dei procedimenti canonici svoltisi negli ultimi sette anni che, a quanto sembra, lei non conosce a fondo o non conosce affatto.

Non prenderò in esame neppure le tre accuse interamente nuove che lei avanza per la prima volta in questi procedimenti nell’estremo tentativo di conferire una parvenza di credibilità al "caso" infondato istruito contro di me. Lei mi accusa (1) di aver "impiegato in modo improprio alcuni documenti delle autorità ecclesiastiche", (2) di essere "ricorso a tribunali civili contro ecclesiastici che esercitavano il loro specifico ministero", e (3) di aver "rivolto i fedeli contro le legittime autorità ecclesiastiche". A prescindere dal fatto che queste nuove accuse sono solo invenzioni, che non trovano alcun riscontro nelle leggi della Chiesa, la Congregazione per il Clero non ha alcun diritto di istruire un processo penale che non sia stato iniziato dal competente vescovo locale che deve concedere all’imputato tutte le possibili garanzie di difesa. Lei, invece, dichiara la mia colpevolezza nella stessa lettera in cui rende note per la prima volta le nuove accuse inventate contro di me !

Benché non intenda entrare nei dettagli della sua lettera del 16 febbraio, le invio una lunga replica. Questa replica è stata preparata sotto gli auspici del Comitato per la difesa del sacerdozio, un’organizzazione che si propone di difendere i sacerdoti ortodossi vittime di un’assurda disparità di trattamento, un modo di procedere chiaramente rilevabile nel mio caso.

Per preparare questa replica il Comitato si è avvalso dell’opera di un gruppo di esperti di diverse discipline che conoscono a fondo gli atti e i procedimenti dei miei ricorsi canonici. Questa replica è stata preparata con il solo intento di illustrare la documentazione, dal momento che la sua lettera del 16 febbraio è piena di errori di fatto e di false dichiarazioni, con ogni probabilità attribuibili a coloro che l’hanno redatta. Ho inviato questa replica anche al Santo Padre, chiedendogli di rimuoverla da ogni incarico relativo a questa controversia a causa dei suoi preconcetti e della sua evidente ostilità, per non parlare della sua incompetenza giurisdizionale.

A questo proposito, la prego di prender atto che con questa lettera la invito formalmente a ricusarsi dal giudicare questa questione. Le rivolgo questa richiesta basandomi sui cann. 1447, 1448 § 1 e 1449, che prevedono la ricusazione in caso di pregiudizio e di evidente ostilità. Tale richiesta si basa anche sull’incapacità prevista dal canone 1447, che proibisce a un giudice di prendere in esame un caso su cui ha già emesso un giudizio sfavorevole per una delle parti in causa. E’ impossibile per lei conferire una minima parvenza di giustizia a questa questione. Lei mi ha già accusato falsamente del reato di falsificazione e ha minacciato di "scomunicarmi" nel caso in cui non avessi abbandonato una causa civile perfettamente legittima. Inoltre, lei non può seguitare a giudicare questo caso, mentre è in corso di esame la mia richiesta al Santo Padre di punire i suoi abusi di potere descritti nei dettagli nella mia denunzia canonica contro di lei, datata 20 dicembre 2000, inviata al Sua Santità il 21 dicembre 2000 e pervenuta alla residenza papale il 4 gennaio 2000 [accludo alla presente lettera una copia di questa denunzia affinché lei possa esaminarla nel caso in cui non l’avesse già ricevuta].

Infine, benché io non riconosca la sua giurisdizione in questo caso, le confermo la mia disponibilità a incontrarla, a condizione di nominare un mediatore imparziale che presieda a questo incontro. Ho inoltrato questa richiesta anche al Supremo Pontefice. Perché rifiutare questa proposta, se la sua condotta nei miei confronti è stata caratterizzata da "sforzi pazienti e benevoli" e da prove di "carità pastorale" e di "comprensione e prudenza"?

Nel frattempo (a meno di non ricevere attendibili prove documentarie di uno specifico mandato papale che giustifichi le sue recenti attività), considererò ogni ulteriore minaccia e tutte le sanzioni o i procedimenti da lei emanati gratuiti, illegittimi dal punto di vista giurisdizionale e di conseguenza privi di ogni effetto.

Rispettosamente suo in Cristo

Padre Nicholas Gruner

Accludo a questa lettera:

  1. La risposta alla lettera del 16 febbraio 2001 del Cardinale, costituita da 74 pagine e da 6


  2. Una copia della Denuncia Canonica del 20 dicembre 2000 inviata a Sua Santità, costituita da 26 pagine (insieme alla ricevuta del 4 gennaio 2001).


  3. Nove appendici alla Denuncia Canonica del 20 dicembre 2000 complessivamente costituite da 96 pagine.